news — Settembre 13, 2019 at 5:00 am

Le gioiellerie scompariranno?

Le gioiellerie sono destinate a scomparire? Il digitale soppianterà la vendita diretta? Un’indagine ha scoperto che… ♦︎

Nel 2039, tra venti anni, esisteranno ancora le gioiellerie? Probabilmente sì, ma saranno meno e, forse, diverse a quelle che ci sono oggi. Di sicuro, dati alla mano, è in atto una mutazione profonda che, per la verità, coinvolge tutto il settore retail.

I dati relativi all’Italia, e messi a fuoco da Federpreziosi, sono simili, con piccole varianti, a quelli degli altri Paesi occidentali: il declino del negozio fisico è evidente, ma non sempre significa una minore vendita di gioielli. Le statistiche relative all’Italia sono state presentate durante VicenzaOro nell’ormai classico Digital Talks, formula ideata da Federpreziosi Confcommercio e Ieg: incontri con gli operatori che servono, appunto, a guardare avanti soprattutto in relazione alle trasformazioni della società. Come il mondo digitale, di cui fa parte gioiellis.com, e che rappresenta il mutamento radicale che attraversa tutta l’economia.

La storica gioielleria Schreiber, a MIlano
La storica gioielleria Schreiber, a MIlano

La ricerca realizzata da Federpreziosi, in collaborazione con Format Research, scatta una fotografia del settore. In Italia operano oltre 14.600 gioiellerie che danno lavoro a quasi 37.000 addetti. Ma la contrazione è consistente: in sette anni, dal 2012 a oggi, il comparto ha perso quasi 1.000 imprese e oltre 3.000 addetti. Secondo l’analisi, le principali ragioni del calo del numero delle gioiellerie è causato dalla progressiva riduzione dei consumi e dall’avvento del commercio elettronico, che nel 2019 produrrà in Italia ricavi superiori ai 30 miliardi di euro, contro gli 11 miliardi del 2012. Insomma, una tenaglia micidiale: gli italiani spendono meno e, allo stesso tempo, fanno acquisti sempre più spesso attraverso internet.

Gioielleria Lo Scarabeo d'Oro, a Milano
Gioielleria Lo Scarabeo d’Oro, a Milano

La ricerca indica anche che le gioiellerie che hanno scelto anche la strada digitale si rivelano più efficienti dal punto di vista commerciale. I ricavi medi di una gioielleria in Italia oscillano tra i centomila ed i cinquecentomila euro, ma quando la gioielleria opera sul web, gli affari lievitano e si passa tra i cinquecentomila e il milione di euro. Però, attenzione, non basta avere un sito web: il 10,7% delle delle gioiellerie non raggiunge i 50.000 euro di fatturato e il 4,1% ha, inutilmente, un sito internet. Lecito domandarsi come questi retailer che denunciano un giro d’affari così modesto possano continuare a stare sul mercato. Stesso discorso per le gioiellerie tra 50.000 e 100.000 euro di ricavi, range che corrisponde anche in questo caso al 10,7% delle gioiellerie. E di questi chi ha un sito web è il 5,4%, cioè circa una gioielleria su 20 e non sembra serva a molto.

La gioielleria Mimì
La gioielleria Mimì

Certo, per una gioielleria avere il sito web è inevitabile. Ma a patto di vendere un prodotto che ha già un’immagine consolidata. Se il gioiello è sconosciuto o comunicato male dal produttore, il distributore potrà fare poco. E questo dipende dalle aziende che producono gioielli, che devono far conoscere le proprie collezioni anche con l’utilizzo di siti internet e social network. Ma, diciamo la verità: la situazione è scoraggiante. A parte i grandi marchi, spesso i siti internet dei gioiellieri sono brutti, non aggiornati, addirittura respingenti. Sembra incredibile che aziende legate al mondo del lusso non facciano attenzione all’immagine e, anzi, spesso ignorino l’aspetto della comunicazione, ma è la pura verità. Ne sa qualcosa chi, come gioiellis.com, è a contatto con le aziende di gioielleria: ci sono imprenditori che non sanno neppure che cosa è un press kit, con materiale fotografico e press release per i giornalisti. Un deficit di capacità di marketing che, francamente, appare sbalorditivo.

Gobbi, un'istituzione di Milano
Gobbi, un’istituzione di Milano

Ma c’è anche un altro errore capitale: quello di chi crede troppo a internet. O, meglio prende per buone le mode che attraversano il web. Come l’incredibile successo di blog e blogger. Certo, spesso questi hobbisti digitali, di solito sovvenzionati dalle aziende in vario modo, vantano migliaia di seguaci (che poi spesso sono fasulli). Ma questi follower sono possibili acquirenti di gioielli? Oppure sono semplicemente utilizzatori tossicodipendenti del cellulare che distribuiscono cuoricini a tutti su Instagram? Qual è il valore aggiunto dei post che si trovano su Instagram o Facebook? Lo scoprirete, il tempo è galantuomo.

Clienti abituati agli acquisti tradizionali
Clienti abituati agli acquisti tradizionali







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