I dazi imposti da Donald Trump, le guerre in Ucraina e Palestina, l’ascesa delle gemme create in laboratorio: sono le cause del crollo della domanda di diamanti. Che la richiesta sul mercato della pietra più amata sia andata a picco lo suggerisce l’andamento economico del gruppo De Beers, azienda che è quasi sinonimo di diamanti. Una domanda di pietre grezze sempre più bassa si legge anche nei conti del secondo trimestre dell’azienda, pubblicati nell’ambito del rapporto più ampio della società madre Anglo American su tutte le sue attività. Forse non a caso il gruppo minerario ha deciso di vendere De Beers, anche se il mercato in questo periodo non è favorevole. Il prezzo dei diamanti è sceso di conseguenza, a a parte per le gemme eccezionali.

De Beers è l’azienda che un tempo controllava oltre l’80% del mercato globale dei diamanti e ha coniato lo slogan «Un diamante è per sempre». Eppure, qualche anno fa l’azienda ha avuto la brillante idea di proporre anche diamanti creati in laboratorio con il marchio Lightbox, con una strategia di autocannibalismo. Risultato: Anglo American è stata costretta a tagliare drasticamente la valutazione del marchio De Beers e ha chiuso Lightbox.

In ogni caso, i dati della diminuzione di acquisti di diamanti sono inequivocabili: nel secondo trimestre la produzione di De Beers è diminuita del 36% su base annua, a 4,1 milioni di carati rispetto ai 6,4 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. In particolare, il calo di produzione più significativo, pari al 46%, è stato registrato in Canada, dove De Beers gestisce una miniera di diamanti (Gaucho Kué). Ma la produzione è andata a picco anche in Botswana con -44% e Namibia con -5%. Solo in Sudafrica, dove De Beers ha avviato le attività di estrazione nella miniera Venetia, è stato registrato un aumento del 17% su base annua.

La crisi investe anche le altre aziende del settore: oltre alle tensioni geopolitiche, sul mercato dei diamanti incombe il successo oltre le previsioni delle gemme create in laboratorio. Ed ecco perché la crisi del mercato dei diamanti non coinvolge solo De Beers, ma anche altri big del settore. Gem Diamonds ha tagliato 250 posti di lavoro, riducendo i costi mensili di 1,6 milioni di dollari in risposta al calo delle vendite: -43%” aggravato dal calo del 26% dei prezzi medi dei diamanti. Un altro player, Burgundy Diamond Mines, ha sospeso completamente le attività.

Il mercato americano è quello che più di altri è stato investito dalla rivoluzione dei diamanti sintetici. La stragrande maggioranza delle pietre di laboratorio arriva da Cina e India. La provincia centrale cinese dell’Henan, per esempio, produce oggi oltre il 70% dei diamanti sintetici in laboratorio destinati alla gioielleria. Molti sono scelti per gli anelli di fidanzamento, soprattutto negli Stati Uniti: un sondaggio del 2024 condotto da The Knot su quasi 17.000 coppie statunitensi ha rilevato che più della metà degli anelli di fidanzamento presentava un diamante realizzato in laboratorio, con un aumento del 40% rispetto al 2019. I diamanti di laboratorio sono chimicamente uguali a quelli naturali, hanno meno fascino, ma sono scelti perché costano meno. E il prezzo continua a scendere. Così chi ha acquistato un gioiello con diamante sintetico qualche anno fa oggi si trova con un investimento svalutato.

Ma il trend sembra inarrestabile: negli Usa tre anni fa la catena di supermercati Walmart ha iniziato a vendere pietre di laboratorio: rappresentano oggi metà del suo assortimento di diamanti. Le vendite sono aumentate del 175% nel 2024 rispetto all’anno precedente, rendendo l’azienda di commercio retail il secondo più grande rivenditore di gioielleria del paese.

