L’indagine di Confindustria Federorafi e Intesa Sanpaolo sull’andamento dell’oro e dell’industria orafa.
L’oro giallo sembra diventare grigio. Secondo i dati emersi dallo studio presentato da Confindustria Federorafi e Intesa Sanpaolo a Vicenzaoro, la domanda mondiale di gioielli in oro continua a ridursi: dopo il calo del 18% registrato nel 2025, il primo semestre del 2026 segna un’ulteriore contrazione del 21% delle quantità di gioielli in oro domandate, particolarmente intensa nei mercati del Medio Oriente, degli Stati Uniti e dell’Asia. Il prezzo del metallo, schizzato ai massimi a 5.600 dollari l’oncia, anche se negli ultimi mesi si è un po’ ridotto, è tra le cause della frenata.

L’analisi è stata commentata da quattro rappresentanti dei distretti orafi italiani: per Vicenza Gilberto Facco, amministratore delegato di Facco Gioielli, per Valenza Giovanni Bonzano, comproprietario e Ceo di Moraglione 1922, per Arezzo Francesco Palazzini, membro del cda di Gold Art e Tavanti, per il distretto Orafo campano Tiziana Di Gennaro, di Edoardo Di Gennaro e Figli, oltre al presidente di Confindustria Federorafi e di Unoaerre Industries Maria Cristina Squarcialupi.

Sara Corsini, Senior Economist e responsabile della ricerca sulle commodity del Research Department di Intesa Sanpaolo proposto una lettura dello scenario macroeconomico e dei riflessi che può avere sui prezzi dei preziosi, mentre Stefania Trenti, Responsabile Industry Research del Research Department di Intesa Sanpaolo ha presentato i dati sul settore orafo italiano. Quali sono le previsioni emerse dall’analisi? Il costo dell’oro dovrebbe ridursi nei prossimi anni, ma i prezzi dovrebbero mantenersi al di sopra delle medie del 2025. E questo causera effetti persistenti sui costi di approvvigionamento delle imprese.

Nello specifico, l’oro negli ultimi mesi è sceso di prezzo a causa del timore di possibili incrementi dei tassi di interesse (che attirerebbero più acquisti di obbligazioni in alternativa all’oro), sia a causa del rallentamento degli acquisti da parte delle banche centrali nei primi mesi del conflitto in Medio Oriente. Risultato: nei primi sei mesi dell’anno gli acquisti da parte del settore ufficiale hanno registrato il minimo in quattro anni, secondo le stime del World Gold Council.

Un trend che sembra confermato nel secondo semestre dell’anno: la domanda mondiale di oro è diminuita del 14% anno su anno, a causa degli alti prezzi, che hanno causato una contrazione del 17% dei volumi di metallo richiesti in gioielleria. E sono scesi anche gli investimenti finanziari in oro (lingotti, monete, fondi) del 46%. Secondo lo studio di Intesa Sanpaolo, l’oro potrebbe collocarsi su una media di circa 4.200 dollari l’oncia nei prossimi mesi e registrare una media di circa 4.275 dollari nel 2027. Meno dei massimi di fine gennaio, ma circa il 25% in più rispetto alle quotazioni medie registrate del 2025.

Industria italiana
Qual è la fotografia dell’industria italiana del gioiello? L’analisi indica una situazione non brillante. L’export scende, in gran parte a causa delle guerre di cui tutti avrebbero volentieri fatto a meno, come quella in Medio Oriente. In calo sono anche le vendite negli Stati Uniti e nei principali mercati asiatici. Nel 2025 il fatturato delle imprese italiane del settore ha registrato una riduzione del 5% e la produzione è calata del 13,8%. I primi sei mesi del 2026 confermano un quadro ancora complesso, con una riduzione del fatturato del 2% e una contrazione della produzione del 22%. Anche il mercato italiano rallenta, a parte quello di fascia altissima.
L’export
Nel 2025 le esportazioni italiane di gioielli in oro sono state di 10,8 miliardi di euro, mentre nei primi cinque mesi del 2026 hanno raggiunto 4,4 miliardi, con una flessione del 15% (anche in termini di quantità). C’è da considerare, però, l’anomalia dell’export verso la Turchia. Negli anni scorsi la politica fiscale di Ankara aveva incoraggiato un acquisto eccezionale di materiale in oro. Ora la situazione è cambiata e al netto di questo mercato, l’export italiano mostrerebbe infatti una crescita del 15%, sostenuta dal rafforzamento delle vendite verso Stati Uniti, Svizzera, Francia e altri mercati strategici. Il distretto di Valenza mostra una dinamica molto positiva, quello di Vicenza è stabile, mentre Arezzo risulta penalizzata dalla normalizzazione dei flussi verso Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

La fotografia
La filiera orafa italiana che emerge dallo studio è ampia: integra attività produttive, commerciali e distributive e conta oltre 76 mila addetti e 24 mila unità locali nelle diverse fasi della catena del valore. Ha anche una rete commerciale fortemente radicata nei grandi centri urbani e nelle aree a maggiore vocazione turistica, contribuendo alla competitività del Made in Italy sui mercati nazionali e internazionali. Roma, Milano e Napoli sono le province con il maggior numero di addetti nel dettaglio specializzato, mentre l’Italia si conferma il principale paese europeo per occupazione nel settore, concentrando circa un quinto degli addetti del commercio di gioielleria dell’intera Unione europea. È in atto anche un processo di razionalizzazione della rete distributiva. Tra il 2019 e il 2023 il numero dei punti vendita specializzati si è ridotto, ma in misura meno intensa rispetto ad altri comparti del commercio
specializzato, a testimonianza della capacità del settore di adattarsi ai cambiamenti nelle modalità di acquisto e nei comportamenti dei consumatori.

Le previsioni
L’indagine Confindustria Federorafi – Intesa Sanpaolo su 180 imprese indica aspettative prudenti, ma meno negative rispetto a quanto rilevato ad aprile. Il 45% delle imprese prevede una riduzione del fatturato nel 2026, ma era il 63% in primavera. Aumenta la percentuale di aziende che si attendono una stabilizzazione del giro d’affari (35%) e cresce leggermente la quota di quelle che prevedono un incremento del fatturato (21%). Anche sul fronte degli investimenti, solo il 17% delle imprese prevede un incremento nel 2026, ma quasi la metà delle imprese intende mantenere invariati i suoi programmi. Le imprese continuano a indicare il costo delle materie prime come la principale criticità (62%), seguito dalle tensioni geopolitiche (50%) e dal peggioramento della domanda interna (48%). In crescita rispetto all’indagine precedente risultano inoltre le preoccupazioni legate all’instabilità della politica commerciale americana, passate dal 17% al 29% dei rispondenti.
Per affrontare questo scenario le strategie più frequentemente adottate sono la ricerca di nuovi partner commerciali (55%), la revisione dei prodotti (46%), il potenziamento dell’e-commerce (33%) e l’efficientamento dei processi produttivi (31%). C’è anche maggiore esposizione internazionale delle imprese e per questo più sensibilità a tensioni geopolitiche, instabilità politica commerciale americana, peggioramento domanda internazionale. C’è anche maggiore propensione a cercare nuovi partner commerciali, specialmente per lo sviluppo internazionale. L’obiettivo è anche consolidare il posizionamento competitivo su mercati sempre più complessi e selettivi. Nel complesso, l’indagine suggerisce quindi che le imprese distrettuali interpretano l’attuale fase di mercato soprattutto come una sfida legata all’evoluzione dello scenario globale. Per questo motivo tendono ad adottare strategie maggiormente orientate all’estero, confermando come l’internazionalizzazione rappresenti non solo una caratteristica strutturale dei distretti orafi italiani, ma anche la principale leva attraverso cui affrontare le nuove complessità del contesto competitivo.
